Quale metafora usate per i rapporti intergenerazionali?

Se l’arco con le frecce vi hanno fatto pensare alla guerra, continuate a leggere e scoprirete che non è così, anzi.
Tra le varie metafore usate per spiegare i rapporti intergenerazionali nelle organizzazioni e nella società, quella della scala è di gran lunga la più pericolosa. Le generazioni sono viste come gruppi che si mettono in coda per salire su una scala. Finché la coda si muove, cioè i senior scendono dalla scala una volta arrivati in cima, tutti riescono a salire. Chi si trova in coda dipenderebbe così da quelli in testa perché la coda deve scorrere (e, naturalmente, non vale rimettersi in coda dopo essere scesi). La metafora è accattivante quanto fuorviante. La scala non è infatti più una rappresentazione adeguata della realtà del lavoro né il fatto di scendervi del tutto, una volta raggiunta l’età pensionabile, è una buona indicazione di come dovrebbero funzionare le cose. La drammatica disoccupazione giovanile si combatte equipaggiando le nuove generazioni per il futuro in un mondo digitale, globale e molto competitivo. La teoria degli stadi della vita lavorativa (inizio carriera, parte centrale della stessa e pensionamento) è un costrutto che risale agli anni ’70 e necessita di una revisione urgente. Varie forze convergenti (allungamento della vita, invecchiamento attivo, la pressione sui sistemi pensionistici e di welfare, le aspettative dei baby-boomer ecc.) hanno aggiunto un nuovo stadio di vita in cui le persone sono attive e possono lavorare, anche se in modo e con finalità probabilmente diverse da prima. Questa è una opportunità, ma per coglierla servono, tra le altre cose, buoni rapporti intergenerazionali visto che le generazioni presenti contemporaneamente sui luoghi di lavoro aumentano (ce ne sono già quattro).

Il poeta libanese Kahlil Gibran, in una poesia in cui parla di genitori e figli, paragona i primi all’arco e i secondi alle frecce. L’arco serve a dare direzione e forza propulsiva, ma sono le frecce ad andare veloci e lontane. Senza l’arco la traiettoria delle frecce sarebbe incerta, il tragitto più lento e breve. Ma l’arco, senza frecce, non serve a nulla. Sono le frecce che devono volare per colpire il bersaglio, l’arco deve restare dov’è, pronto a indirizzare e lanciare altre frecce. La metafora, basata sul riconoscimento di forze e debolezze rispettive di ogni generazione, indica la via di una convivenza armonica e collaborativa, in cui pregiudizio e disinteresse reciproco lasciano il posto a curiosità e comprensione: due specialità umane che possono essere le carte vincenti nell’epoca complicata e affascinante che stiamo vivendo.